La Torre di Foucault vuole essere un piccolo laboratorio di psico-estetica, che si propone di scoprire se, e in che misura, l'uomo è un animale autobiografico, cioè un animale che scrive la sua storia. L'emergere del postumano si pone, qui, come un fatto..
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venerdì 11 febbraio 2011
Emily's Anatomy - I neuroni..
I neuroni sono i mattoni di cui è fatto il nostro cervello.
Ogni percezione, pensiero, comportamento può essere ricondotto a essi. In un senso molto generale, i neuroni sono semplicemente delle cellule: hanno un "corpo" cellulare che contiene un nucleo e altri organuli cellulari. Ma a differenza delle altre cellule del nostro corpo, i neuroni sono costruiti per comunicare. All'estremità di ogni neurone troviamo una sorta di lungo tentacolo che si proietta lungo l'esterno, l'assone. La sua funzione principale è quella di trasmettere messaggi agli altri neuroni, come se fosse un cavo del telefono. All'altra estremità del neurone troviamo delle diramazioni, simili a quelle di un albero: sono i dendriti, che hanno la funzione di ricevere i messaggi dagli assoni di altri neuroni.
Tutti i neuroni condividono queste proprietà di base, ma per il resto le tipologie cellulari nel nostro corpo si differenziano molto. I neuroni sensoriali rilevano pressione e temperatura, e inviano al al cervello segnali relativi a queste o ad altre sensazioni (il dolore, per esempio). Questi segnali sono l'equivalente elettrochimico di un avvertimento: "Attenzione, quella tazza di caffè è troppo calda, non prenderla in mano!".
I neuroni motori, d'altra parte, portano i messaggi dal cervello ai muscoli, per esempio trasmettendo al vostro braccio l'ordine di rimettere subito sul tavolo la tazza troppo calda.
Infine ci sono gli inter-neuroni, che fanno da interfaccia tra neuroni sensoriali e neuroni motori, e comunicano anche tra loro (tutti i neuroni del cervello sono inter-neuroni). Ma anche neuroni di questo tipo possono avere forme diverse: alcuni hanno uno o due dendriti, altri ne hanno un migliaio.
Emily Anthes & Scentific American
giovedì 30 dicembre 2010
Tree of Mind - Gli strani siamo noi III
Diversamente equi
Un fattore chiave della moralità è l’equità. Si è sempre pensato che il concetto di equità fosse un universale umano, ma in uno studio condotto con alcuni antropologi ed economisti, Henrich ha dimostrato che non è così. Lo scopo della ricerca era di individuare le differenze tra le culture in tema di equità usando un gioco in cui un soggetto offre una percentuale di una certa somma di denaro ad un altro, in modo anonimo, a condizione che se l’accetta, entrambi manterranno la loro parte, mentre se rifiuta, nessuno dei due avrà nulla.
I ricercatori hanno riscontrato enormi differenze di comportamento. Stranamente, i weird tendevano a fare le offerte più alte, intorno al 50%, e quando si trovavano dalla parte del ricevente spesso punivano che faceva un’offerta troppo bassa rifiutandola. I membri di comunità più piccole, invece, facevano offerte più basse e raramente punivano quelli che le facevano a loro. In altre parole, sceglievano l’approccio più razionale: dopotutto erano soldi regalati. Sempre più spesso sono le transazioni anonime come queste che fanno girare il mondo e l’èquipe di Henrich si è chiesta se fosse possibile individuare gli aspetti della cultura che influiscono sul comportamento delle persone in queste situazioni. In un articolo pubblicato a marzo, hanno dimostrato che è possibile prevedere le offerte sulla base di due fattori culturali relativamente recenti: l’economia di mercato e la religione organizzata. Hanno infatti scoperto che più una cultura pratica scambi commerciali e appartiene ad una delle grandi religioni del mondo come il cristianesimo o l’islam, più è probabile che le persone siano generose con gli estranei.
L’atteggiamento punitivo, invece, è più legato alle dimensioni della comunità. “Nelle comunità composte da una cinquantina di individui, questo atteggiamento non esiste”, dice Henrich. “Ma quando si arriva a cinque o diecimila, qualsiasi offerta diversa dal 50% sarà punita”. Quindi, a quanto sembra, le idee dei weird sull’equità riflettono le norme e le istituzioni che si sono sviluppate per oliare gli ingranaggi delle interazioni sociali nelle grandi comunità. I nostri antenati preistorici non avevano lo stesso senso di equità e non lo ha neanche la maggior parte dei nostri contemporanei.
Forse non dovremmo sorprenderci se la nostra psicologia differisce tanto da quella della maggior parte degli esseri umani. Dopotutto, se la cultura influisce sul nostro modo di pensare e quella weird è così lontana dall’ambiente sociale in cui la nostra specie si è evoluta, è normale che siamo noi a rappresentare un’anomalia. Il problema è che quasi nessuno di noi la pensa così. È per questo che l’articolo sui weird avverte implicitamente i ricercatori occidentali di guardarsi dai loro pregiudizi e da quelli che possono aver inserito nei loro strumenti di ricerca. Nel test standard per il calcolo del quoziente intellettivo, per esempio, ci sono domande per le quali una risposta analitica è considerata corretta e un’eventuale risposta solistica scorretta. La maggior parte dell’umanità darebbe la risposta “sbagliata” a quelle domande.
Per gli psicologi, il messaggio più importante è che prima di trarre conclusioni sulla psicologia umana bisognerebbe allargare la scelta di oggetti esaminati o applicare quelle conclusioni solo al sottogruppo a cui appartengono i soggetti del loro studio. Per quanto riguarda voi, la prossima volta che vedete un documentario sui boscimani o sugli indigeni dell’Amazzonia, ricordatevi che gli esotici non sono loro.
Laura Spinney, New Scientist, Gran Bretagna
martedì 28 dicembre 2010
Tree of Mind - Gli strani siamo noi II
[SEGUE]
Egocentrico io?
Nel 2009, Daniel Haun e Christian Radolpd del Max Planck Institute for Psycholinguistics di Nijmegen, nei Paesi Bassi, hanno scoperto un esempio sorprendente di come questi diversi stili cognitivi influiscono sul comportamento. Hanno insegnato a un gruppo di bambini tedeschi weird e di bambini namibiani appartenenti ad una cultura di cacciatori-raccoglitori una danza che prevedeva una sequenza di movimenti delle mani rispetto al corpo secondo lo schema destra, sinistra, destra, destra. Poi li hanno fatti girare di 180° e gli hanno chiesto di ripetere la danza. Quasi tutti i bambini tedeschi hanno riprodotto lo stesso schema, confermando il loro quadro di riferimento egocentrico, mentre i namibiani hanno riprodotto la sequenza sinistra, destra, sinistra, sinistra, indicando chiaramente che il loro sistema di riferimento era allo centrico, assoluto.
Con Asifa Majid e altri colleghi, Haun ha indagato i sistemi di riferimento spaziali in circa 50 lingue. Delle prime 20 lingue studiate, solo quelle parlate nei paesi industrializzati usavano più spesso riferimenti egocentrici. Dopo averne analizzate atre 30, la conclusione è rimasta la stessa. “Pensiamo che tradizionalmente le società di piccole dimensioni avessero questo schema di riferimento allo centrico e che il passaggio a quello egocentrico sia più recente”, dice Majid.
Un altro cambiamento che i weird hanno subito di recente ha buone probabilità di influire sul nostro modo di vedere il mondo. Lo psicologo Scott Atran dell’Università del Michigan, è convinto che di base gli esseri umani dividano gli oggetti naturali secondo il genere (per esempio, olmo, faggio, quercia), probabilmente perché in termini evolutivi conoscere le proprietà biologiche di un genere era più utili ai fini della sopravvivenza. Ma l’ignoranza della natura, sempre più diffusa nelle persone che vivono nelle società urbanizzate e industrializzate, implica la mancanza di questo tipo di conoscenza. In uno studio del 2008, Atran ha scoperto che gli studenti statunitensi usavano la parola “albero” per rifarsi al 75% delle piante che vedevano durante una passeggiata nella natura. In altre parole, i weird tendono a pensare alla natura in termini di forme di vita elementari, piuttosto che di generi. Ma Atran ha scoperto anche che il loro cervello tende ancora ad analizzare il mondo naturale come facevano i loro antenati. “Sebbene gli statunitensi non siano in grado di distinguere un faggio da un olmo, pensano che i processi biologici si svolgano a livello di faggi e di olmi, non di alberi”.
Se il nostro modo di vedere la natura è strano, la nostra concezione del sé lo è ancora di più, e questo ha notevoli ripercussioni sui rapporti sociali. Diversi studi hanno dimostrato che gli occidentali, in particolare i nordamericani e gli abitanti dell’Europa occidentale, hanno un maggior senso della propria individualità di quanto non ne abbiano i popoli dell’Asia orientale, che tendono a vedersi come componenti indivisibili di una comunità più ampia. La visione individualistica o collettivistica che abbiamo di noi stessi è usata per spiegare perché gli occidentali cercano di emergere dalla folla, mentre gli orientali tendono a confondersi. Questo è stato collegato anche al nostro modo di pensare. Gli occidentali sono più inclini a pensare in modo analitico, sulla base di leggi e categorie, mentre gli orientali ragionano in modo solistico e presentano più attenzione agli schemi ricorrenti e al contesto.
Secondo lo psicologo culturale Shihui Han dell’Università di Pechino, ognuno di noi è capace di usare entrambi i tipi di ragionamento. “Ma il sistema culturale in cui si vive domina la mente ed il cervello della maggior parte delle persone”, dice. Se però esaminiamo gli esseri umani nel complesso, sembra che il metodo di ragionamento prevalente sia quello solistico. Secondo Norenzayan, per esempio, gli arabi e i russi, senza contare i contadini africani e sudamericani, preferiscono questo approccio. Il che significa che il ragionamento analitico è minoritario. Perfino tra gli occidentali viene applicato a vari livelli, e solo tra le persone più colte vi si affidano quasi completamente. In altre parole, i weird come voi e me sono un caso estremo. E non solo. Anche il nostro senso etico è anomalo. Lo psicologo Jonathan Haidt dell’Università della Virginia vede la moralità come “un’allucinazione consensuale”, un po’ come nel film Matrix, perciò condivide l’analisi interculturale di Henrich, Heine e Norenzayan. “Quando leggi l’articolo sui weird, è come se prendessi la pillola rossa di Matrix”, dice. “Pensi, oddio, sono in un mondo costruito a tavolino, ma ne esistono tanti altri”. La cosa particolarmente anomala della moralità weird è l’enfasisu concetti astratti come quello di giustizia e di diritti individuali. Anche altre società hanno questi concetti, ma la loro visione della moralità si concentra più sugli obblighi degli individui nei confronti della comunità e spesso anche degli dèi.
[CONTINUA]
lunedì 27 dicembre 2010
Tree of Mind - Gli strani siamo noi
Laura Spinney..
Se state leggendo questo articolo, ci sono buone probabilità che siate weird (strani). A meno che i sondaggi di New Scientist siano sbagliati, il vostro retroterra culturale è sicuramente occidentale, colto, industrializzato, ricco e democratico, in inglese “western, educated, industrialized, rich and democratic”, in poche parole weird, una classificazione che vi distingue da sette abitanti del mondo su otto.
Ma perché scegliere un acronimo così dispregiativo? I weird appartengono sicuramente ad una minoranza, ma questo non significa necessariamente che siano strani. O invece sì?
Tutti gli esseri umani hanno lo stesso tipo di cervello, perciò è comprensibile pensare che quello che succede nella nostra testa sia normale. Anzi, la maggior parte degli psicologi lo dà per scontato. Quando vogliono sapere come funziona il cervello vanno a cercare i soggetti più adatti ai loro esperimenti. Da una rassegna delle ricerche pubblicate, è emerso che il 96% delle loro cavie era composto da persone che vivevano in paesi occidentali e industrializzati e più di due terzi erano studenti di psicologia.
Gli psicologi danno anche per scontato che i loro risultati siano applicabili al resto dell’umanità, ignorando il fatto che gli esperimenti sulle persone non weird spesso indicano che la maggior parte degli esseri umani ragiona in modo molto diverso. Oggi questa differenza è stata dimostrata.
In un articolo intitolato “The weirdest people in the world” (Le persone più strane del mondo), Joe Henrich, Syeve Heine e Ara Norenzayan dell’Università della British Colimbia a Vancouver, in Canada, sono giunti alla conclusione che l’eccessivo uso da parte degli psicologi di soggetti weird ha notevolmente condizionato la nostra idea dei processi cognitivi umani. Ovviamente esistono alcuni universali modi di pensare comuni a tutti. Ma la loro lista si va riducendo man mano che un numero sempre maggiore di studi interculturali rivela enormi differenze in aree cognitive fondamentali, dal senso dell’io al modi di ragionare, dalla moralità al modi di percepire il mondo.
La vera sorpresa di questa nuova meta-analisi, tuttavia, è che le persone weird sono spesso “anomale” e negli studi di psicologia si collocano alle estremità delle distribuzioni statistiche. I lettori di New Scientis (e quelli che lo scrivono) sono tra le persone più strane della Terra. Prendiamo, per esempio, la classica illusione ottica di Muller-Lyer, quella in cui, sebbene due linee siano della stessa lunghezza, la linea “a” sembra più corta della linea “b” semplicemente a causa del diverso orientamento delle frecce alle estremità. All’inizio degli anni ’60, lo psicologo MArshall Segal dell’<università dell’Iowa e la sua equipe misero alla prova la predisposizione di persone appartenenti a culture diverse a cedere a questa illusione. Modificarono la lunghezza delle due linee fino a quando gli osservatori non ritennero che fossero uguali e registrarono il punto di uguaglianza soggettiva (pse), vale a dire quanto doveva essere più lunga la linea “a” per apparire uguale alla linea “b”.
Il Pse misura la forza dell’illusione e Segal scoprì che gli studenti di Evanston, nell’Illinois, erano più soggetti al fenomeno, per cui bisognava aumentare la linea “a” del 20% prima che ai loro occhi risultasse uguale alla linea “b”. All’altra estremità dello spettro dei risultati, c’erano i boscimani del deserto del Kalahari, per i quali la differenza era quasi pari a zero. Non erano praticamente soggetti a questa illusione. Questa scoperta non è banale come si potrebbe credere a prima vista. Implica che un aspetto fondamentale della percezione, che fino a quel momento si credeva fosse innaturato e quindi comune a tutti, in realtà si forma durante lo sviluppo sotto l’influsso di alcuni aspetti della nostra cultura. Anche se siamo lontani dall’aver capito come si funziona questo effetto, Segall e i suoi colleghi suggerirono una possibile spiegazione: chi vive tra quattro mura, come i weird, probabilmente è condizionato dalla geometria del suo mondo, che lo rende più incline a quest’illusione ottica.
Perciò, se siamo weird, percepiamo il mondo in modo strano. Abbiamo anche uno strano modo di descriverlo. Per esempio, l’inglese, la lingua franca dei weird, si basa su un sistema per localizzare gli oggetti di tipo egocentrico, come fanno altre lingue europee. Quindi una persona che parla inglese dice: “Il poliziotto è a sinistra della mia macchina”. Per molto tempo si è dato per scontato che questo succedesse in tutte le lingue, ma poi sono cominciate a saltar fuori le eccezioni, che di solito comportavano un quadro di riferimento allo centrico, che colloca cioè gli oggetti in relazione a punti esterni a chi parla, come quelli cardinali (“Il poliziotto è a ovest della macchina”) o ad altri oggetti (“il poliziotto è tra la macchina ed il marciapiede”).
[CONTINUA]
domenica 28 novembre 2010
Tree of Mind - Ernst Von Glasersfeld VII
[SEGUE]
Considerazioni su spazio, tempo e concetto di identità
(parte settima)
In questo modello il concetto o come avrebbe detto Bentham, la finzione dell’identità individuale è l’elemento chiave nella costruzione mentale delle nozioni fondamentali di spazio e tempo. Entrambi nascono come corollari del cambiamento che avviene quando la relazione di ‘stessità’ è trasportata dal regno dell’esperienza del soggetto al regno fittizio della realtà indipendente. Mentre gli oggetti dell’esperienza possono, invece, essere confrontati l’uno con l’altro dal soggetto che riflette, e che può giudicare se sono gli stessi o sono diversi, gli oggetti posti al di là dell’interfaccia dell’esperienza non sono accessibili a nessuna operazione di questo tipo e devono, perciò, restare incomparabili nel significato originale della parola. Se nonostante la loro inaccessibilità si attribuisce ad essi un’identità individuale più o meno permanente, si deve necessariamente creare uno spazio “dove” gli oggetti possano risiedere e un tempo “durante” il quale essi conservino la loro identità “mentre” altre cose occupano l’attenzione del soggetto che esperisce.
Incidentalmente questo modello getta anche una luce interessante sul concetto di cambiamento e di conseguenza, sul concetto di causalità. Per dire che i fiori sulla mia scrivania “sono appassiti” devo credere che le cose secche e cadenti che vedo ora sono le identiche cose che ho visto brillanti e bagnate di rugiada pochi giorni fa. Se sospettassi di una sostituzione, non potrei pensare esattamente ad un appassimento, né avrei motivo di cercare qualche agente che potrebbe avere provocato il cambiamento che non c’è stato. Infatti la costruzione del concetto di cambiamento richiede un giudizio del “differente” con riguardo ai due oggetti dell’esperienza che sono considerati essere uno, e lo stesso, nel senso dell’identità individuale. D’altra parte è proprio il concetto di cambiamento che rende possibile attribuire l’identità individuale agli oggetti dell’esperienza che sono considerati diversi. Effettivamente, quell’attribuzione qualche volta non ha niente a che fare con la stessità nel senso di equivalenza e potrebbe essere basata solamente su qualunque cosa che sia presa come prova di continuità.
Una persona la cui identità è messa in discussione perché gli anni di assenza lo hanno reso irriconoscibile alla sua famiglia, come ultima risorsa, racconterà dei ricordi di avvenimenti esperiti in loro compagnia. Più spesso sì che no, questo avrà la meglio, perché il possesso di ricordi specifici è accettato come prova inconfutabile di continuità individuale. (Non importa come appare o come sembra oggi – se ricorda come abbiamo scalato il muro e rubato le fragole dal giardino del vicino, deve essere mio fratello!). Potrebbe essere uno shock rendersi conto che questa “prova” è valida solo perché non crediamo nella telepatia. Se considerassimo possibile la trasmissione del pensiero, il ricordo non servirebbe più come prova di identità.
Una domanda che resta è sicuramente questa: perché dovremmo essere così desiderosi di investire gli oggetti dell’esperienza con una identità individuale? Potrebbero esserci diverse risposte, ma quella che mi sembra la più soddisfacente scaturisce dal suggerimento dato da William James quando parla di soggetti “che mettono a posto” la loro esperienza. Questo mettere a posto significa mettere ordine, cercare di sistemare. Qualsiasi forma prenda quello sforzo, deve essere basato sulla ripetizione, sull’astrazione delle regolarità, e perciò sull’assunto che l’esperienza ci permetterà sempre di conservare qualcosa costante. E quale può essere il modo più potente di mantenere un “oggetto” costante se non quello di dare semplicemente per scontato che, quando non lo stiamo sperimentando, l’oggetto deve restare l’individuo che era quando lo sperimentavamo? Quando le persone hanno fatto questo, per la prima volta, probabilmente non erano consapevoli di creare il mondo di “essere” che avrebbe fornito per sempre ai filosofi il problema irrisolvibile dell’ontologia.
ERNEST VON GLASERSFELD
(Monaco di Baviera, 8 marzo 1917 – Leverett, 12 novembre 2010) è stato un filosofo e cibernetico tedesco, vissuto a lungo in Irlanda, in Italia e negli Stati Uniti.
Professore Emerito di Psicologia all'Università della Georgia, Associato di Ricerca presso lo Scientific Reasoning Research Institute, e Professore Aggiunto nel Dipartimento di Psicologia dell'Università del Massachusetts, membro del Board of Trustees della Americans Society of Cybernetics, dalla quale ha ricevuto il McCulloch Memorial Award nel 1991.
Studioso della comunicazione uomo-animale e della traduzione meccanica, ha sviluppato il suo modello di costruttivismo radicale, secondo il quale si deve rinunciare all'ontologia. Contesta l'idea che la conoscenza umana debba perseguire una rappresentazione vera ed oggettiva di un mondo già esistente "in sé", poiché per dimostrare una tale verità sarebbe necessario confrontare ogni conoscenza con quella parte della realtà che essa dovrebbe rappresentare; cosa non possibile, poiché per fare questo confronto si dovrebbe conoscere la realtà così com'era prima di passare attraverso le operazioni del soggetto osservatore: in altre parole, si richiederebbe un confronto tra una cosa che si conosce ed un'altra che non è conoscibile.
Egli è convinto che i concetti che adoperiamo per "maneggiare" il mondo della nostra esperienza siano il risultato della nostra attività "costruttiva", nel corso della quale applichiamo una selezione negativa (principio di viabilità), eliminando tutto quello che non serve o non funziona, in modo che ciò che rimane alla fine risulti adatto, adoperabile o (come egli preferisce dire) “viabile”, cioè funzionalmente percorribile.
sabato 27 novembre 2010
Tree of Mind - Ernst Von Glasersfeld VI
[SEGUE]
Considerazioni su spazio, tempo e concetto di identità
(parte sesta)
La questione che rimane, allora, è questa: se un soggetto che esperisce può arrivare a concepire la ripetizione, cosa altro deve fare per concepire gli “oggetti” o, se vogliamo usare il termine tradizionale, le “cose in se stesse”?
Per sostenere che la cosa che sto prendendo è la stessa che avevo in mano ieri, anche se non è stata continuamente presente nel mio campo di esperienza, devo fare molte più operazioni di quelle necessarie per decidere che non c’è una differenza rilevante tra la cosa di oggi e quella di ieri. Ciò che serve è precisamente una costruzione mentale che può sostituire l’esperienza attuale con la presenza continua dell’oggetto. Una tale costruzione è complessa, perché deve soddisfare diverse condizioni. Per concepire la continuità di un oggetto che non viene esperito continuamente, il soggetto conoscente deve, prima di tutto, avere uno strumento per riconoscere gli oggetti dell’esperienza quando essi appaiono di nuovo. Questo, naturalmente, è il meccanismo della ripetizione. Il ripetersi dei confronti che produce il giudizio “questo è un oggetto che ho esperito prima”, porterà all’astrazione di qualunque cosa sia stata usata per caratterizzare l’oggetto nelle sue ripetute apparizioni. A seconda di quali altri compiti un tale strumento di riconoscimento è chiamato a svolgere, esso è variamente chiamato: “modello”, “concetto” o “definizione”. Il punto importane nel presente contesto è che qualsiasi strumento di riconoscimento di questo tipo, una volta messo in funzione, potrebbe servire anche come “ri-presentazione”.
Insisto sul trattino, perché senza di esso la parola è stata usata in maniera ostinata da realisti più o meno ingenui che volevano farci credere che le rappresentazioni sono immagini mentali di cose che sono “là fuori”. Nel mio modo di parlare, invece, ri-presentazione significa semplicemente “presentare ancora”, ad un livello immaginario, qualcosa che non è disponibile come esperienza immediata.
Le ri-presentazioni giocano un ruolo importante nella percezione perché permettono a chi percepisce di “riconoscere” gli oggetti quando solo una parte dei loro componenti necessari è effettivamente percepita al momento. Le ri-presentazioni danno la possibilità di completare le esperienze cosicché queste esperienze possono essere considerate la ripetizione di un’esperienza precedente, e rendono possibile evocare, per esempio, un’esperienza visiva quando il campo visivo è vuoto. Ma – e voglio sottolinearlo – le ri-presentazioni consistono in niente altro che materiale sperimentale che, in una forma o in un’altra, esse producono come un re-play [la ripetizione di qualcosa che si è prima registrato - n.d.t.]. Quindi, non ci sono le basi per presumere che le ri-presentazioni nascano come immagini interiori del mondo esterno; invece, sembra piuttosto plausibile che esse, costituiscano il materiale a cui il soggetto conoscente da forma nella costruzione della realtà.
Solo quando si è astratto dalle situazioni ripetute dell’esperienza una ri-presentazione più o meno permanente di un oggetto, si può avere la possibilità di concepire, in ogni senso, quell’oggetto come indipendente dal flusso della propria esperienza immediata. Tuttavia, tale indipendenza è precisamente ciò che deve essere in maniera specifica attribuito all’oggetto se si vuole pensarlo come un continuo incurante del suo essere esperito.
L’attribuzione di quella indipendenza porta con sé la necessità di una ulteriore espansione concettuale. La continuità dell’oggetto implica il fatto che esso deve essere accessibile, almeno potenzialmente, anche quando non è nel campo dell’esperienza del soggetto. Questo per dire che ci deve essere un luogo dove l’oggetto può aspettare di essere esperito. Questo luogo, per definizione, si trova al di fuori della sfera dell’esperienza presente e costituisce ciò che ho definito “proto-spazio” perché non ha sistema metrico e non è, né più né meno, che uno spazio dove gli oggetti che hanno ricevuto una forma, possono ibernare quando non sono esperiti.
Usando delle espressioni metaforiche quali “aspettare” e “ibernare”, ho subdolamente introdotto il concetto di tempo. Ciò è, in verità, inevitabile. Tuttavia, è ancora un “proto-tempo” perché, come il concetto primitivo di spazio, non ha sistema metrico e serve per fornire niente di più della semplice continuità degli oggetti quando questi non sono essi stessi coinvolti nel flusso dell’esperienza immediata. Non fa niente di più che tessere un filo da un’apparizione all’altra, al di fuori e al di là della successione di oggetti ed eventi che il soggetto registra con deliberata consapevolezza. È come una seconda corsia nella quale ipotetiche continuità devono essere mantenute fuori dalla vista, come lo erano, mentre l’attenzione del soggetto si soffermava sul flusso dell’esperienza immediata. Questi fili ipotetici uniscono le lacune dell’esperienza nelle quali gli oggetti che essi uniscono non sono al momento esperiti. Come tali, essi non costituiscono il tempo – sono semplici fili di identità individuale. Ma questi fili diventano un componente indispensabile della concezione del tempo quando, come fili di continuità, sono applicati nel susseguirsi delle esperienze correnti registrate tra le manifestazioni dei singoli oggetti che essi uniscono. Allora sono improvvisamente visti correre lungo o attraverso quella successione di esperienze, prestando ad essa sia la continuità che la durata.
[CONTINUA]
mercoledì 17 novembre 2010
Tree of Mind - Ernst Von Glasersfeld IV
[SEGUE]
Considerazioni su spazio, tempo e concetto di identità
(parte quarta)
A quanto ne so, analisi funzionali dei concetti furono fornite per la prima volta da Jeremy Bentham nella sua Theory of Fictions. È li che ho travato il seguente approfondimento:
«Nessuna coppia di entità di qualsiasi tipo può presentarsi alla mente simultaneamente (né può lo stesso oggetto presentarsi in tempi diversi) senza presentare l’idea di Relazione. Poiché la relazione è un’entità fittizia, che è prodotta, e si pone, così spesso con la mente, avendo percezione di un oggetto, si ottiene, nello stesso tempo o in qualche istante immediatamente successivo, la percezione di qualsiasi altro oggetto, o persino di quello stesso oggetto, se la percezione è accompagnata dalla percezione del suo essere lo stesso: Diversità è nel primo caso il nome della relazione, Identità nell’altro caso. Ma dato che l’identità è solo la negazione della diversità, allora se, in nessuna situazione, ci fosse stata diversità, neppure, in ogni situazione alcuna idea come quella di identità sarebbe esistita».
Qui, Bentham non sembra avere trovato il modo più chiaro per dire ciò che aveva in mente. Quando sono arrivato a questo passaggio, ho dovuto leggerlo diverse volte prima che le cose andassero al loro posto. Ciò che egli aveva in mente è ovviamente al di là della mie possibilità o quelle di chiunque altro. Ma posso provare a interpretare ciò che deduco dalla sua affermazione.
La visione interna, che a me sembra così importante, è in qualche modo oscurata dall’ambiguità inerente alla parola “stesso”. A volte questa parola ha confuso i pensatori più chiari, perché non è il genere di ambiguità che è risolta abitualmente e facilmente dal contesto. Ci sono tuttavia dei contesti nei quali si rivela in modo chiaro. Prendete per esempio, le due affermazioni: “Questa è la stessa ragazza che ho visto ieri” e “ha comprato lo stesso vestito di sua sorella”. La ragazza è una e sempre la stessa, vista due volte; i vestiti sono due, considerati equivalenti in ogni aspetto che uno sceglie di considerare quando li si confronta.
“Stessità” e “Differenza” allora, si riferiscono alle relazioni, e le relazioni sono istituite o costruite dal soggetto che esperisce. Qualsiasi costruzione di questo tipo è un fatto sequenziale, una successione di momenti di attenzione focalizzata della mente più l’attività della mente del porre in relazione.
Non ci sono due oggetti nel flusso dell’esperienza personale che, rispetto a qualche criterio, non possano essere considerati “gli stessi”, né ci sono due oggetti che non possano essere considerati, rispetto a qualche criterio, “differenti”. Colui che esperisce è sempre libero di scegliere i criteri di similarità. Tuttavia, se e quando, uno decide di considerare due segmenti dell’esperienza come gli stessi, questa decisione di per sé non determina se uno li considera due esperienze di uno stesso oggetto singolo o due esperienze di due oggetti equivalenti.
[CONTINUA]
sabato 13 novembre 2010
Tree of Mind - Earth Observatory
Uno degli aspetti più interessanti delle foto notturne è che le luci rivelano la distribuzione della popolazione.
In quest'immagine dell'Egitto si vede bene che la popolazione è quasi del tutto concentrata lungo la Valle del Nilo, che rappresenta solo una piccola parte della superficie del paese.
L'area metropolitana del Cairo, di una luminosità intensa, forma la base di quello che sembra un fiore con un lungo gambo.
La città ha quasi 8 milioni di abitanti e con l'area metropolitana supera i 15.
Di giorno le cittadine del delta sono difficili da individuare, nascoste dalla densa vegetazione agricola. Invece queste aree abitate e le strade che le connettono diventano chiaramente visibili di notte.
Chiaramente visibili di notte...
William L. Stefanov
martedì 19 ottobre 2010
Tree of Mind - Ernst Von Glasersfeld III
[SEGUE]
Considerazioni su spazio, tempo e concetto di identità
(parte terza)
Juan Caramuel, un nobile spagnolo che divenne vescovo di Vigevano nella seconda metà del XVII secolo, fu forse il primo a parlare esplicitamente delle costruzioni concettuali della mente. Fu anche il primo, almeno nel mondo occidentale, a capire che un sistema numerico non doveva essere necessariamente decimale. Tra una dozzina di quelli che egli progettò, fino a quello con base 12, c’era anche il sistema binario che oggi è usato nei computer. Sembrava amasse i numeri, e alcuni dei suoi pensieri sulle radici della matematica e dell’algebra, erano molto all’avanguardia rispetto alla sua epoca. Più di 30 anni prima che Vico e Berkeley pubblicassero i loro rispettivi trattati nel 1710, Caramuel sapeva che “il numero è una cosa della mente”. Dimostrò il punto con una deliziosa storiella:
«C’era un uomo che parlava nel sonno. Quando l’orologio suonò la quarta ora, egli disse: “Uno, uno, uno, uno – questo orologio deve essere matto – ha suonato l’una quattro volte”. L’uomo chiaramente aveva contato quattro volte un colpo, non il battere delle quattro. Aveva in mente, non un quattro, ma uno preso quattro volte; ciò va a dimostrare che il contare e il considerare più cose contemporaneamente sono attività diverse. Se avessi quattro orologi nella mia biblioteca e tutti e quattro suonassero l’una nello stesso momento, non potrei dire che hanno suonato le quattro, ma dovrei dire che hanno suonato l’una quattro volte. Questa differenza non è insita nelle cose, non è indipendente dalle operazioni della mente; dipende anzi dalla mente di colui che conta. L’intelletto, dunque, “fa” i numeri e non li “trova”; considera diverse cose come distinte ciascuna in se, e come intenzionalmente unite dal pensiero».
Non conosco nessun’altra precedente menzione di “operazioni della mente”. Locke usò il termine per specificare un oggetto di riflessione, Vico lo usò ripetutamente nel suo rivoluzionario trattato epistemologico e Berkeley certamente implicava una tale attività costruttiva in diverse note del suo Commonplace Book. Tutti loro vennero dopo Caramuel, e nesuno di loro cercò di specificare in dettaglio che cosa queste operazioni potessero essere e come potessero funzionare.
[CONTINUA]
martedì 12 ottobre 2010
Tree of Mind - Fecondazione Assistita
Trent’anni fa il biologo inglese Robert Edwards, padre della fecondazione assistita, fu accusato di volersi “sostituire a Dio” con i suoi “bambini in provetta”, ed il suo governo gli negò i fondi per la ricerca. La settimana scorsa è andato a lui il premio Nobel per la medicina, ricordandoci come il miglioramento delle condizioni di vita può far accettare delle tecniche considerare in passato molto controverse. Oggi in tutto il mondo 4 milioni di persone devono la vita al lavoro di Edwards. Negli Stati Uniti il 3% delle nascite dipende da una fecondazione assistita.
La chiesa cattolica si oppone ancora, ma tante voci contrarie tacciono di fronte alla felicità di molti genitori. Quando gli scienziati supereranno le resistenze alle cellule staminali embrionali e riusciranno ad usarle per curare il diabete, le lesioni alla spina dorsale o il morbo di Parkinson, probabilmente succederà la stessa cosa.
Le due scoperte, la possibilità di fecondare l’ovulo fuori dal corpo e quella di estrarre le cellule staminali dall’embrione, sono collegate: la ricerca sulle staminali utilizza gli embrioni non usati dalla fecondazione in vitro. Il motivo di opposizione a questa pratica è che estrarre le staminali si distrugge l’embrione. Ma oggi sono ben pochi quelli che opporrebbero alla fecondazione assistita, pur sapendo che anche in questo procedimento possono essere distrutti degli embrioni.
Quando nel 1971 le autorità scientifiche britanniche respinsero la loro richiesta di finanziamento, Edwards e il suo collaboratore, Patrick Steptoe, si rivolsero ai privati. Senza poter disporre con continuità di fondi pubblici, anche gli scienziati statunitensi che studiano le cellule staminali embrionali si sono dovuti rivolgere ai privati.
Quando i medici saranno in grado di dimostrare gli straordinari vantaggi che la tecnologia delle staminali comporta per i loro pazienti, ogni resistenza apparirà insensata. Se il congresso degli Stati Uniti fosse più lucido e abolisse il divieto di finanziare con denaro pubblico la ricerca sulle staminali, sarebbe un passo importante. Così un giorno potremmo avere non solo la nascita di tanti bambini permessa dagli studi di Edwards, ma anche la guarigione di milioni di persone afflitte da malattie devastanti..
venerdì 24 settembre 2010
Tree of Mind - Ernst Von Glasersfeld II
[SEGUE]
Considerazioni su spazio, tempo e concetto di identità
(parte seconda)
La realtà in cui le cose sono e perdurano è così saldamente radicata nel modo in cui pensiamo, che essa sembra assolutamente indispensabile.
Berkeley, che si interrogò se un albero che cade nel fitto della foresta produca un suono, subì l’indignazione e fu ridicolizzato come un folle. Ma, come spesso succede, ridicolo e indignazione servirono per nascondere la sensazione di imbarazzo.
Berleley, infatti, aveva toccato un punto sensibile. Aveva capito che concetti quali “albero” e “cade” e “produrre un suono” contengono, come parti integranti, delle relazioni; di conseguenza, per conoscere ciascuna di queste relazioni, il conoscitore doveva porle.
Il sospetto che ogni concetto comportasse una qualche azione da parte di chi concepiva era, sembra, nell’aria a quel tempo. Vico lo affermò in maniera decisa: i fatti sono il risultato di un facere, che è la traduzione latina di “fare”..
Era un’idea scomoda.
Minava la nozione tradizionale di verità e la solidità di tutto ciò che si voleva considerare “reale”.
Ciò che uno faceva da solo difficilmente poteva essere considerato avere quella perenne affidabilità che si vuole attribuire al mondo reale.
[CONTINUA]
Tree of Mind - Ernst Von Glasersfeld
Lo Spazio, crediamo, è il luogo dove stanno le cose e il Tempo è ciò che fornisce loro la durata, che le fa essere ancora là quando le riguardiamo.
Dicendo “le cose sono” o “sono là”, ci convinciamo che “esistono”, e ciò che “esiste”, pensiamo, deve farlo , senza curarsi in alcun modo della nostra percezione o della nostra esperienza.
Il monte Etna si eleva sulla Sicilia come una torre senza preoccuparsi dei siciliani, Monnalisa sorride sia che il Louvre sia o no aperto al pubblico, e il fiume Inn scorre attraverso l’Engadina anche quando nessuno mette a bagno un dito nelle sue acque gelide.
Tutto questo (e anche di più ) è ciò che crediamo essere la realtà. Il monte, il sorriso dipinto e – nonostante ciò che ha sostenuto Eraclito – persino il fiume che scorre, si suppone abbiano il loro posto e rimangano ciò che sono. Devono conservare la loro identità devono rimanere gli stessi individui, o altrimenti, smettere di esistere.
Non sembra esserci un gran problema in questo.
La penna che tengo in mano non diventa un’altra penna mentre voi la guardate. Siete piuttosto sicuri di questo – almeno fino a quando non avete visto un baro fare un gioco di abilità con le carte. Allora capite immediatamete che le cose possono cambiare identità sotto i vostri occhi.
È una questione di velocità – e la velocità dopo tutto è il quoziente di spazio e tempo.
La conservazione dell’identità individuale potrebbe essere un problema maggiore di quel che sembra.
Lo spazio è il medium nel quale le cose conservano o, a seconda del caso, cambiano la loro posizione; il tempo è il medium nel quale esse devono mantenere la loro identità affinchè non spariscano come “cose” e vengano ridotte ad apparizioni momentanee.
[CONTINUA]
mercoledì 15 settembre 2010
Tree of Mind - L'encyclopèdie
Se l'albero enciclopedico non era che uno degli infiniti alberi possibili, se nessuna mappa era in grado di fissare la topografia indeterminata del sapere, come potevano sperare Diderot e D'Alembert di poter limitare la sfera del conoscibile? L'albero della conoscenza umana può essere tracciato in vari, infiniti modi, e la natura non ci offre che oggetti particolari ed infiniti..
"L’esigenza di ordinare e classificare i fenomeni si estendeva ben oltre gli archivi della polizia impegnata a tener d’occhio uomini come Diderot: era al centro dell’impresa più grande dello stesso Diderot, l’Encyclopédie. Ma quando si esprimeva attraverso la stampa questa esigenza assumeva una forma che può sfuggire all’attenzione del lettore moderno. Di fatto, il testo supremo dei Lumi può apparire quanto mai deludente a chi lo consulta sperando di trovarvi le radici ideologiche della modernità. Per ogni osservazione contraria alle ortodossie tradizionali l’Encyclopédie contiene migliaia di parole sui modi macinare il grano, fabbricare gli spilli e coniugare i verbi. I suoi diciassette volumi in-folio accolgono una tale congerie di informazioni su tutto l’esistente, dalla A alla Z, che vien fatto di domandarsi perché abbia scatenato una simile tempesta nel Settecento. Cosa distingueva l’Encyclopédie da tutti gli eruditi compendi che l’avevano preceduta?
[…] Si potrebbe rispondere che era il rapporto tra informazione e ideologia che nell’Encyclopédie sollevava molti interrogativi di ordine generale sui nessi tra sapere e potere. Si consideri, ad esempio, un dotto libro di tutt’altro genere, l’enciclopedia cinese immaginata da Jorge Luis Borges e commentata da Michel Foucault in Le parole e le cose. Essa divide gli animali in: « a) appartenenti all’Imperatore; b) imbalsamati; c) addomesticati; d)lattonzoli; e) sirene; f) favolosi; g) cani randagi; h) inclusi nella presente classificazione; i) arrabbiati; j) innumerevoli; k) disegnati con un finissimo pennello di peli di cammello; l) et cetera; m) che fanno l’amore; n) che da lontano sembrano mosche». Questo sistema di classificazione è significativo, secondo Foucault, per l’intrinseca impossibilità di pensarlo. Ponendoci di fronte a una serie inconcepibile di categorie, esso mette a nudo l’arbitrarietà del nostro modo di ordinare le cose. Noi ordiniamo il mondo in funzione di categorie che diamo per scontate semplicemente perché sono date. Queste categorie occupano uno spazio epistemologico anteriore al pensiero e hanno per questo una straordinaria capacità di durata. Quando però ci troviamo di fronte ad un modo alieno di organizzare l’esperienza, noi avvertiamo la fragilità delle nostre categorie, e tutto minaccia di crollare. Noi non esitiamo a classificare come cani un pechinese e un danese anche se in apparenza il pechinese potrebbe avere più punti in comune con un gatto e il danese con un pony. Se ci fermassimo a riflettere sulle definizioni di “caninità” o sulle altre categorie usate per mettere ordine nella vita, non potremmo mai tirare avanti nel mestiere di vivere.
Incasellare dati è dunque un esercizio nell’uso del potere. […] Un libro che finisce nello scaffale sbagliato può sparire per sempre. Un nemico definito subumano può essere annientato. Tutta l’azione sociale scorre entro i confini determinati da schemi di classificazione, e non ha importanza se questi siano o no elaborati in modo così esplicito come i cataloghi delle biblioteche.
[…] Per insultare qualcuno, lo chiamiamo topo, non già scoiattolo. “Scoiattolo” può esprimere tenerezza, ed è il caso dell’epiteto usato da Helmer per Nora in Casa di Bambola. Eppure gli scoiattoli sono roditori, pericolosi e portatori di malattie non meno dei topi: sembrano meno minacciosi perché appartengono inequivocabilmente all’ambiente esterno. Sono invece gli animali “ibridi”, quelli che non sono né carne né pesce, a possedere poteri speciali e, quindi, un valore rituale: ad esempio i gatti nelle pozioni delle streghe occidentali. Peli, pezzetti d’unghia e feci entrano anch’essi nelle pozioni magiche perché rappresentano le ambigue zone di confine del corpo, dove l’organismo trabocca nel mondo materiale circostante. Tutte le frontiere sono pericolose. A lasciarle incustodite potrebbero crollare, le nostre categorie potrebbero crollare, e il nostro mondo dissolversi nel caos.
Istituire categorie e sorvegliarle è dunque un affare serio. Un filosofo che tentasse di ridisegnare la mappa e i confini del mondo del sapere metterebbe le mani sul tabù. Anche se si tenesse alla larga dai temi sacri, non potrebbe evitare il pericolo; perché il sapere è intrinsecamente ambiguo. Come i rettili e i topi, può scivolare da una categoria all’altra. Può mordere. Per questo Diderot e D’Alembert corsero rischi enormi quando disfecero il vecchio ordine del sapere e tracciarono nuove frontiere tra il noto e l’ignoto".
Naturalmente i filosofi avevano cominciato fin dal tempo di Aristotele a spostare i mobili e a modificare l’arredamento dell’intelletto...
Robert Darnton, Il grande massacro dei gatti e altri episodi della storia culturale francese (1984)
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